Il nome innanzitutto: Osvaldo Bagnoli. Un nome familiare ma che non ti aspetti, bello rotondo, che sa di 900 e di Medio Evo. Poi c'è quella faccia un po' così, quel naso triste come una salita, gli occhi neri, allegri e intelligenti e un sorriso onesto come il pane. L'uomo veniva dalla Bovisa, working class milanese purissima e gli era rimasta attaccata, ovunque andasse sui campi da calcio dello stivale, la sua lingua, musicale e bellissima, la stessa che parlava Alessandro Manzoni. Non so quante volte ho letto la parola "umile" nei tanti necrologi di questo Gran Lombardo al quale la città dove sono nato deve almeno quanto deve a William Shakespeare, e in effetti l'umiltà non era un optional per l'Osvaldo centromediano metodista approdato a SanSiro, nel Milan di GreNoLi, erano gli anni‘50, per proseguire la sua dignitosa carriera in campi di provincia, la Spal, il Verona, il Catanzaro e poi da allenatore, tanta Serie B. Ma Osvaldo Bagnoli ha qualcosa dentro che nessuno ha, qualcosa di unico e di grande. Quando torna a Verona (forse un destino c’era davvero già in un nome così bello e superbo come Hellas Verona? Ok, parlo da tifoso!) nei primi anni 80' lo porta subito in Serie A, in un campionato che allora era davvero stellare: Platini, Zico, Socrates, Falcao, Rumenigge, Passarella, Maradona, Bruscolotti... Osvaldo un pezzo alla volta costruisce la sua squadra, letteralmente, con gli scarti delle grandi, una squadra vera che memorizza e traduce creativamente la sua idea di calcio. Poi nel 1984 arrivano due "stranieri" come si chiamavano allora, Hans Peter Briegel e Preben Elkjaer Larsen. Osvaldo da genio quale è reinventa e riprogramma il panzer Briegel, fino ad allora tetragono terzino laterale della nazionale tedesca, piazzandolo davanti alla difesa, centrocampista devastante, e asseconda l’anarchia di Elkjaer “Cavallo Pazzo” libero di caracollare ebefrenico sulle fasce dove farà molto male, leggendario il suo gol in casa alla Juve con il piede sinistro scalzo. Gianni Brera, capito e amato l’Osvaldo, lo ribattezzò “Schopenhauer”!
Forse la partita più bella di quell’epica cavalcata verso lo Scudetto dell'Hellas è stata Udinese Verona. Una Domenica pomeriggio di Febbraio qualunque, sul campo pesante di Udine, arbitro Casarin, due squadre se le sono date di santa ragione, senza tregua, senza respiro, per 90 minuti cercando di prevalere a suon di gol, al 3 a 0 del Verona risponde caparbiamente l'Udinese che si porta sul 3 a 3 per poi arrendersi proprio ai due Dioscuri dell'Hellas che segnano il 4 e il 5 a 3 finale. Fine partita con la squadra a far festa sotto la curva in canottiera e zero tatuaggi, sventolando la bellissima maglia gialloblù “Canon” coperta di fango e di gloria. Così si gioca a calcio in Paradiso, commentò qualcuno. Poi c'è stata Genova, la Superba, e dove se no? Altre imprese, in casa del Liverpool, nientemeno. Ciao Osvaldo, mi viene da piangere tuttora per quanto è stato bello, grazie di tutto.

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